LE QUATTRO VOLTE di Michelangelo Frammartino

marzo 13, 2012 in News, Recensioni da Marco Spiga

Autrice: Francesca De Angelis

Proiettato a Cannes nel 2010 il film viene proposto all’interno della rassegna ‘Across the vision – Visioni di confine – Film Festival 2012′ che si è svolto dal sei all’undici marzo nel sud Sardegna. Iglesias, Carbonia e Cagliari le sedi delle proiezioni di film e di documentari.

Il film si apre con del fumo che si innalza, lo si potrebbe quasi scambiare per nebbia se non fosse che lo vediamo, poi, fuoriuscire da alcune aperture nel terreno. Sentiamo dei colpi sordi: è una pala che sbatte contro una grosso mucchio di terra a cui si cerca di dare la forma desiderata…
Sulle splendide montagne della Calabria – dove il film è interamente girato – un anziano pastore, rugoso e malato, conduce al pascolo il suo gregge di capre. Le sue giornate seguono sempre lo stesso ritmo: le capre brucano l’erba, il fedele cane Vuk – un simpatico esemplare di Border Collie vincitore del Palm Dog Award 2010 – le tiene a bada, il pastore siede ai piedi di un olivo.
Un capretto appena nato, bianco, con macchie nere e marroni, fatica ad alzarsi e a reggersi sulle zampe. Cresce assieme agli altri capretti, gli viene messo un laccio in bocca per impedirgli di brucare l’erba fresca, si perde durante la sua prima uscita al seguito dell’intero gregge. Rimasto solo e, belando la sua disperazione, trova riparo fra le radici di un maestoso albero.
È nevicato. Una formica percorre la corteccia dell’albero, soffia il vento e si muovono le nuvole in cielo. Arriva la primavera.
Un vociare umano è affaccendato nell’abbattere un gigantesco abete che viene, poi, scortecciato e trascinato intero in paese, per essere nuovamente messo in piedi con l’aiuto di corde e pali a fare da leva: è la festa dell’albero. Finiti i festeggiamenti l’abete viene fatto cadere, tagliato in grossi tronchi e trasportato presso i carbonai: inizia la sua trasformazione in carbone.

“Le quattro volte” è il racconto del viaggio di un’anima che si incarna nei quattro differenti elementi: umano, animale, vegetale, minerale. Ogni stadio conduce al successivo, la scomparsa di un elemento porta alla rinascita nell’altro.
L’anima si trasforma in una successione naturale e spontanea, identica a se stessa da millenni.
E’ primordiale il paesaggio che abbiamo davanti agli occhi, i rumori ed i suoni sono quelli naturali del susseguirsi stagionale, l’intervento umano è minimo, rivolto alla sopravvivenza, senza orpelli né frivolezze, non ci sono dialoghi, solo qualche parola sommessa e vociare lontano.
La manipolazione del territorio è finalizzata alla sopravvivenza fisica e mentale, legata alla ricerca di cibo, al necessario riposo fisico dopo una giornata di fatica e sudore, alla credenza religiosa -al limite del pensiero mitico-magico-.
Il film è molto vicino ad un documentario etnografico che testimonia un mondo primitivo, quasi scomparso, in cui i cicli vitali sono immersi in un’atmosfera senza tempo.
Scenografia meravigliosa quella in cui la legna viene accatastata per divenire cupola ed infine bruciata per trasformarsi in carbone nelle esperte mani dei carbonai di Serra San Bruno, assieme ai quali Frammartino è vissuto per un anno. Altrettanto belle ed efficaci, nella loro essenzialità, le riprese del paese e del paesaggio calabro.
A buon diritto il film vince nel 2010 il Nastro d’Argento Speciale e partecipa a numerosi festival in tutto il mondo.
Con questo film il regista Frammartino ci ricorda che per fare buon cinema non servono attori di grido, dialoghi continui né musiche iperboliche.

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